Il momento che trovo più significativo in un percorso di coaching è quando qualcuno smette di gestire la propria immagine e inizia semplicemente a essere presente a ciò che sta vivendo. È un passaggio sottile ma riconoscibilissimo, e quando accade cambia la qualità di tutto — le relazioni, le decisioni, il modo in cui si occupa lo spazio, il modo in cui si genera fiducia nelle persone intorno. Il mio riferimento è sempre il teatro, che insegna che la tecnica non è mai un punto di arrivo — è il mezzo attraverso cui una persona impara a stare davvero dentro ciò che fa.
Quello che distingue Renato da un coach è la capacità di costruire una storia tenendo il filo — non solo il proprio, ma quello di tutta la serata. Gli interventi degli altri speaker, i momenti istituzionali, le premiazioni, i passaggi tecnici: tutto viene letto, cucito e connesso in un racconto unico. Il pubblico non segue una scaletta. Segue una storia.
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Quando lavoro come coach mi piace partire da una domanda molto semplice: come questa persona si racconta a sé stessa, prima ancora di come si racconta agli altri. Ho notato nel tempo che la maggior parte delle difficoltà che le persone portano in una sessione di coaching non sono difficoltà tecniche o operative — sono difficoltà di consapevolezza. C’è qualcosa nel modo in cui si guardano, nel modo in cui interpretano ciò che gli accade, nel modo in cui si posizionano rispetto alle situazioni, che non è ancora del tutto a fuoco. Ed è da lì che mi piace cominciare.
Il mio stile di lavoro è diretto e concreto. Faccio domande che spostano il punto di vista, restituisco quello che osservo con precisione, e cerco di stare vicino a ciò che la persona porta senza sovrapporre una direzione prestabilita. Che si tratti di un percorso sul mindset, sulla leadership, sulla comunicazione o sulla presenza, il punto di partenza è sempre la persona nella sua interezza, non la competenza isolata che vorrebbe sviluppare.
Il momento che trovo più significativo in un percorso di coaching è quando qualcuno smette di gestire la propria immagine e inizia semplicemente a essere presente a ciò che sta vivendo. È un passaggio sottile ma riconoscibilissimo, e quando accade cambia la qualità di tutto — le relazioni, le decisioni, il modo in cui si occupa lo spazio, il modo in cui si genera fiducia nelle persone intorno. Il mio riferimento è sempre il teatro, che insegna che la tecnica non è mai un punto di arrivo — è il mezzo attraverso cui una persona impara a stare davvero dentro ciò che fa.
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