Una cosa che caratterizza il mio stile è il rapporto con il pubblico durante l’intervento. Non mi interessa parlare a una platea, mi interessa parlare con le persone che ho di fronte, e questo cambia completamente il modo in cui mi muovo sul palco, il modo in cui uso la voce, il modo in cui gestisco i silenzi. Mi piace molto lasciare spazio all’imprevisto, a ciò che accade in sala e che non era previsto nella scaletta, perché spesso è lì che si trova il momento più vero di tutta la giornata.
Quello che distingue Renato da un coach è la capacità di costruire una storia tenendo il filo — non solo il proprio, ma quello di tutta la serata. Gli interventi degli altri speaker, i momenti istituzionali, le premiazioni, i passaggi tecnici: tutto viene letto, cucito e connesso in un racconto unico. Il pubblico non segue una scaletta. Segue una storia.
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Quando preparo uno speech mi piace partire da una domanda molto semplice: cosa voglio che le persone sentano quando escono dalla sala. Non cosa voglio che capiscano, non quali informazioni voglio trasferire — cosa voglio che sentano. Da lì costruisco tutto il resto, perché ho imparato nel tempo che un keynote speech che funziona davvero non è quello che informa, è quello che sposta qualcosa nell’esperienza di chi ascolta.
Il mio approccio è quello di chi viene dal teatro e dalla televisione prima ancora che dal mondo aziendale, e questo si sente nel modo in cui costruisco un intervento. Mi piace lavorare sulla struttura come se fosse una partitura — con momenti di tensione e momenti di rilascio, con spazi in cui il pensiero si addensa e spazi in cui si apre, con una chiusura che lasci qualcosa su cui pensare.
Un’altra cosa che caratterizza il mio stile è il rapporto con il pubblico durante l’intervento. Non mi interessa parlare a una platea, mi interessa parlare con le persone che ho di fronte, e questo cambia completamente il modo in cui mi muovo sul palco, il modo in cui uso la voce, il modo in cui gestisco i silenzi. Mi piace molto lasciare spazio all’imprevisto, a ciò che accade in sala e che non era previsto nella scaletta, perché spesso è lì che si trova il momento più vero di tutta la giornata.
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Renato Geremicca
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